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Giovedi, 22 Luglio 2010

Anche i giornalisti (a volte) hanno un cuore


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Agosto 2001: con Aliz e i figli vado verso un villaggio romeno dal nome strano di Singureni, che significa: “il paese degli uomini soli”. Qui il giornalista italiano Mino Damato assieme ad Aliz, che conosco da qualche anno, e ad altri volontari, ha fondato il Centro Pilota per bambini ammalati di Aid. L’incontro di Mino Damato con i bambini malati di Aids  risale a poco dopo la caduta del regime di Ceausescu. In Romania, durante e immediatamente dopo il regime comunista, per motivi ancora non chiari, molti bambini nascono sieropositivi. Tra Mino, in Romania per il suo lavoro di giornalista, e quei bambini, sulla cui testa pesa la condanna a morte dell’Aids, è subito colpo di fulmine. Si rende conto che bambini sieropositivi vengono parcheggiati all'ospedale o in orfanotrofio in attesa di morire, in una situazione di assoluta mancanza di interessi e di relazioni: una morte psicologica e spirituale che anticipa quella fisica. Adotta una bambina ammalata di Aids, Andreia. Incomincia a pensare come aiutare quei bambini a vivere il meglio possibile. Li raccoglie, insegna loro a giocare, cantare, ridere, insomma, accende il desiderio di vita. Andreia muore nel 1996:  a lei è dedicato Centro di Mino per bambini sieropositivi o ammalati di Aids. Ricordano oggi i famigliari di Mino: “Si rispecchiava negli occhi di Andreia, la piccola romena che, per una scelta non formale ma di cuore, diventò sua figlia e la cui breve esistenza illuminò la sua, anche quando gli occhi di Mino lasciavano trapelare la sua malinconia”. 
    Anche Aliz, come Mino, ha adottato una bambina, Alessandra, che oggi ha vent'anni e sta bene. Aliz ci racconta con commozione di quando alcuni di quei bambini hanno incominciato a tenere la penna in mano per scrivere qualche parola: un successo straordinario per creature che prima non avevano neppure la forza di chiudere le mani a pugno. Ricorda gli anni di lavoro gomito a gomito con Mino Damato: “Anni bellissimi, durante i quali abbiamo spesso superato ostacoli burocratici impossibili, iniziando a lavorare all’ospedale per poi costruire il Centro Pilota, dove oggi lavorano alcune suore francescane ed un frate”. La struttura è legata all’ospedale romeno, ma gestita autonomamente dal personale del Centro, come è gestito dal Centro anche il reparto di un ospedale di Bucarest dove vengono ricoverati i bambini più gravi. Ogni padiglione porta il nome di un bambino morto per l’Aids. Il Centro è una struttura familiare: piccole casette in legno, calde  e ospitali, dove vivono assieme agli educatori gruppi di sette, otto ragazzi. E poi la chiesa, anch’essa di legno. Qui l’Aids sembra essere soltanto uno spettro lontano. Eppure anche ieri all’ospedale è morto un bambino che fino a poco fa viveva qui. Ci facciamo l’idea che Mino Damato deve essere un po’ come un grande padre. Comprendiamo che tutto qui dipende dal giornalista italiano, che conosce i bambini a uno ad uno e gestisce dall’Italia anche i particolari della vita della comunità. Lasciamo il Centro  con una speranza nuova.
    19 Luglio 2010: il giornalista Mino Damato se n'è andato la scorsa settimana, dopo una lunga malattia. Damato è stato un grande professionista, un giornalista a trecentosessanta gradi. Inviato in Vietnam e in Cambogia, filmò in diretta l'invasione Sovietica dell'Afganistan. Lavorò in Rai, a Mediaset, a Tele Montecarlo, fece il conduttore  a Domenica In, firmò ottimi reportage, fece giornalismo d'avventura.
Ma il pezzo più bello che Mino ha scritto, quello per il quale siamo convinti oggi voglia essere ricordato, è lì, a Singureni, nello strano “villaggio degli uomini solitari” dove molti bambini, ammalati di Aids, grazie a lui, hanno trovato una casa e una famiglia e hanno smesso per sempre di essere soli.
     




Sandro Vigani

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    ra i 230 e i 300 euro per una doppia. Almeno 350 euro (in media) per una stanza singola. Peccato, però, che il costo non sia sempre all'altezza – o meglio, alla “bassezza” - di quanto offerto. «Nell'ultimo appartamento in cui ho vissuto l'impianto di riscaldamento non era a norma: rischiavamo di saltare in aria da un momento all'altro. Ed eravamo in nero, ovviamente».
      (continua)