Giovedi, 1 Luglio 2010
Curare è prendersi cura: non bastano i farmaci
U
n intero pullman ha accompagnato e festeggiato la squadra dei ragazzi del "Rodari"( Centro psicoterapico-riabilitativo del Dipartimento di Salute Mentale dell'ASLI2-veneziana). A maggio avevano iniziato il campionato Ampis di pallavolo non senza incertezze ed emozioni, sono tornati da Padova venerdì, vincitori. Non è ]a prima volta: la settimana scorsa, in Puglia vicino a Brindisi, avevano primeggiato nel torneo nazionale organizzato sempre dall' ANPIS nazionale. Ormai la nostra squadra, unica formata solo ed esclusivamente dai nostri utenti che hanno conosciuto il disagio psichico, è diventata una bandiera di ottimismo e simpatia per tutti: una naturale testimonianza che l'esperienza psichiatrica sì può attraversare, risolvere e vincere. Vincere è guarire. Il disagio psichiatrico non è una malattia come le altre, nessuno e nessuna medicina lo può guarire come fa un antibiotico con un'infezione o un intervento chirurgico con una anomalia anatomica. Ognuno di noi deve formare la propria personalità e posizione esistenziale cercandola e conquistandola. Tutti noi, all'inizio della nostra vita, abbiamo sragionato, straparlato, e tutt'ora non siamo certi di come reagiremmo se ci trovassimo in situazioni estreme e invivibili. Arrivare alla persona che siamo, alla nostra Itaca, è stato un viaggio non senza insidie che ci ha impegnato personalmente e intensamente. L'esperienza che si deve oppone al disagio dei nostri utenti è proprio questa, su questo percorso li dobbiamo accompagnare: non ci sono alternative. Riuscire a compiete questa impresa è vincere e insieme guarire. Il mare in cui si naviga l'umanità o meglio l'umanesimo. Per questo non possiamo più negare che solo noi uomini possiamo "curare" questi altri uomini. Tecniche e medicine sono utili e spesso necessarie per agevolare e permettere percorsi, relazioni ed emozioni, ma solo grazie al nostro aiuto di uomini queste esperienze si possono strutturare coerentemente in una storia personale da cui trarre identità e stabile coerenza. I nostri ragazzi hanno vinto dunque perché sono guariti e sono guariti perché hanno vinto la loro battaglia. Una battaglia comunque vinta da tutti quelli che sono scesi in campo: anche tutte le altre squadre infatti hanno ricevuto un riconoscimento. Entrare nella vita, esattamente come entrare in partita, con impegno, passione e affetto, realizza l'esistenza dei nostri utenti "pazienti psichiatrici" allo stesso modo in cui noi tutti "normali" (cosiddetti) realizziamo la nostra. Ritirarsi, rifiutare e fuggire la vita nelle sue relazioni umane, questa è la particolarissima malattia non-malattia. Essa si può curare soltanto riuscendo a condividere ciò che tutti noi abbiamo ricevuto in dono da altre persone: apprezzamento, legami, valori. In una parola è l'umanesimo il "deficit"da colmare: la vera medicina di cui hanno bisogno nostri pazienti. Se noi sapessimo ancora riconoscere e rivendicare il nostro umanesimo, ci verrebbe spontaneo e naturale riconoscerlo come essenziale nella disperata domanda dei nostri utenti. Quando connotiamo come "ammalato"un uomo sofferente per non essere riuscito a trovare la sua posizione insieme a noi, ci siamo già perduti noi e lui. Essere un certo uomo è una realizzazione storica dell'esistenza non una manifestazione della patologia o della salute. E' sconcertante che la Chiesa, che difende senza esitazione la vita fin nell'utero materno, non rivendichi a questi uomini il loro diritto (fatti ad immagine del loro creatore) a cercare e ricevere in in dono da noi, proprio ed esclusivamente da noi uomini e non da sostanze chimiche, una storia in cui realizzare o cambiare la loro esistenza. Sento molto pagano e mondano che la Chiesa istintivamente non sappia riconoscere nel disagio dei nostri pazienti l'angoscia insita nella libertà e aleatorietà della vita umana. Essa lascia mistificare e seppellire queste originarie esperienze sotto la veste falsa e violenta di una malattia surrettizia. Possibile che non ci si accorga che, se la chimica delle nostre medicine fosse responsabile delle umane emozioni, ogni uomo perderebbe se stesso, la propria responsabilità e tutto il suo mondo trascendente? Lo stupore è ancora maggiore se si considera che il mondo relazionale che, come una pancia, contiene e permette all'uomo di realizzarsi come tale, pone e traduce la "caritas" cristiana come presupposto e luogo necessario per le nome esistenze, nel bene e nel male. I ragazzi del Rodari hanno vinto perché li abbiamo fatti entrare in gioco con noi, non sono più fuori gioco, hanno scoperto il loro ruolo con noi e anche noi abbiamo scoperto finalmente il nostro. Ci siamo cercati per stare insieme, abbiamo conservato incessantemente la convinzione che dietro tutti i sintomi non ci fosse una malattia ma un uomo che disperatamente ci attendeva e che solo da noi, per fortuna o per destino, dipendeva la sua vita. Con questa consapevolezza abbiamo, al "Rodari”, affrontato incertezze, frustrazioni, abbiamo creduto alle allucinazioni e condiviso il delirio. Ogni espressione dei nostri utenti ci ha parlato e ci ha posto interrogativi e richieste, abbiamo imparato a sentire i silenzi, ad aspettare i tempi lunghi della crescita.. Ci siamo sempre, per ore, soffermati sulle contraddizioni che quotidianamente ci hanno investito, di continuo ne abbiamo ricercato la coerenza e il senso; ugualmente per il paziente e per noi. Ogni nostro ragazzo ci ha dato da pensare, è stato un “pensier". Ogni giorno con tutta l'equipe, quando non siamo riusciti a capire il messaggio dei nostri utenti, ci siamo fermati a "sentire" dentro di noi quello che ci aveva mosso dentro il paziente. Lì nel nostro cuore, a tradimento e senza averne coscienza, l'abbiamo sempre trovato! Era rincantucciato nei nostri sentimenti, gli avevamo permesso di vivere nel fondo della nostra anima. Lavorare al "Rodati" è stato impegnativo e appassionante, abbiamo sempre avuto la convinzione di avere tra le mani la domanda di vita dei nostri utenti.Per questo tuta la nostra organizzazione, i nostri tempi, i nostri turni, la nostra sensibilità, le nostre iniziative, proprio tutto è stato motivato verso lo scambio e la reciprocità tra noi e i nostri compagni utenti. Tutti quelli che hanno lavorato con noi ci hanno lasciato a malincuore e quasi sempre sono rimasti a lavorare gratis, come volontari. Tra un uomo e una malattia c'è di mezzo il mare: il mare di Ulisse, un mare che da sempre ha affascinato tutti gli uomini, perfino gli psichiatri, gli psicologi, gli infermieri ecc.. Anche questi seriosi operatori psichiatrici alla fine si sono lasciati mettere in gioco dai loro pazienti e anche loro sono finalmente guariti. Abbiamo vinto al "Rodari" tutti. Se qualcuno avesse o si fosse perduto allora avremmo perso tutti! Dottor Luigi BusettoLa risposta della redazione :
Pubblico volentieri la sua lunga lettera, che mi ha girato S.E. Monsignor Pizziol, dottor Busetto, perché l'argomento che lei affronta mi ha sempre affascinato. Cosa sono “salute”, “malattia”, “guarigione? Cosa vuol dire “curare”? E' vero che la medicina occidentale è talmente organicistica da rischiare di ridurre l'uomo ad “un corpo da curare” o addirittura ad “un organo da curare”, perdendo di vista l'unità della persona e soprattutto la sua dimensione spirituale? E' davvero necessario porre nuovamente al centro della medicina l'umanesimo? “Curare” vuol dire “prendersi cura” della persona, costruire con lei relazioni che guariscono. Relazioni che non sono mai unidirezionali – io sano aiuto l'ammalato – ma multidirezionali, cioè di reciproco scambio tra persone sane e persone ammalate, nella consapevolezza che nessuno è mai “tutto sano” e nessuno è mai “tutto ammalato”. La guarigione non può essere vista soltanto come il traguardo che si raggiunge grazie e dopo la terapia. E' un percorso che inizia quando si accetta la sfida di “prendersi cura” della persona ammalata: è soprattutto, appunto, una relazione spirituale. Perciò il farmaco non basta, come dice lei, per guarire il disagio psichico. Non solo, aggiungo io, per guarire il disagio psichico, ma anche per guarire la malattia del corpo, proprio in forza di quell'unità che è la persona. Il farmaco può anzi essere pericoloso, quando diventa un totem, una polvere magica alla quale, soltanto, si affida il compito di “guarire” la malattia. Quando si sostituiscono col farmaco quelle relazioni umane che costituiscono la sostanza del cammino di guarigione. E' proprio vero quanto scrive lei a proposito dei ragazzi del “Rodari”: “hanno vinto, perché li abbiamo fatti entrare in gioco con noi, non sono più fuori gioco, hanno scoperto il loro ruolo e noi abbiamo scoperto il nostro”. Da questo punto di vista la medicina del mondo occidentale ha ancora molto da imparare. Ha davvero bisogno di riempire quel deficit di umanesimo che la caratterizza, di vivere le proprie scoperte e i propri successi con meno supponenza, magari guardando un po' di più ad altre tradizioni culturali, come quella orientale, dove l'unità della persona è vissuta in maniera molto più forte. Attenzione, però, a non compiere lo stesso errore della medicina occidentale, quando con troppa facilità separa le diverse dimensioni dell'uomo, il corpo, la psiche e lo spirito. Proprio in forza dell'unità tra queste dimensioni, se è vero che il farmaco non basta a curare la malattia, soprattutto quando questa è disagio psichico, è altrettanto vero che il farmaco a volte risulta indispensabile per poter porre le premesse per un autentico cammino di guarigione. Infine, l'umanesimo che fa da sfondo alle sue e alle mie riflessioni sulla malattia e sulla guarigione, dottor Busetto, ha al centro proprio l'antropologia cristiana, l'immagine di uomo della tradizione cattolica. Non capisco perciò il suo sfogo contro la Chiesa: credo che esso nasca da una scarsa conoscenza del pensiero della Chiesa sull'argomento. Le consiglio la lettura di qualche testo, come l'enciclica “Salvifici doloris” di Giovanni Paolo II, o del libro del nostro Patriarca “Se vuoi puoi guarirmi. La salute tra speranza e utopia”. (S.V.)
Sandro Vigani
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ra i 230 e i 300 euro per una doppia. Almeno 350 euro (in media) per una stanza singola. Peccato, però, che il costo non sia sempre all'altezza – o meglio, alla “bassezza” - di quanto offerto. «Nell'ultimo appartamento in cui ho vissuto l'impianto di riscaldamento non era a norma: rischiavamo di saltare in aria da un momento all'altro. Ed eravamo in nero, ovviamente».
(continua)
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di Sandro Vigani
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ingrazio i miei che mi hanno fatto battezzare, insegnato a fare il segno della croce quando ancora non sapevo parlare e a dire il Padre Nostro e l'Ave Maria appena riuscivo a farmi capire. Mi hanno mandato ogni domenica alla Messa del Fanciullo e al catechismo, quando il catechismo si chiamava “lezione di dottrina cristiana”, si faceva sul testo di Pio X e il catechista, un giovane grande … (continua)
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