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Giovedi, 4 Febbraio 2010

Se il Veneto dei campanili trascura Dio...


S

ono nato nella campagna veneta: non è un merito, ma mi ritengo comunque fortunato. Quand'ero bambino davanti a casa mia, dove oggi ci sono case e poi case e ancora case, c'era un campo di grano e un po' più in là un vigneto.
Ho trascorso la mia infanzia a caccia di tartarughe e di lucciole, a giocare a indiani e cowboy con i ragazzetti della via, a far la guerra alle bande avversarie, a costruire piste di sabbia per le biglie... Anche se presto la mia vita ha preso altre strade e mi sono ritrovato a vivere la mia adolescenza e la prima giovinezza a Venezia – un mondo a parte rispetto alla tradizione culturale veneta - credo di aver respirato la cultura di quel Nordest di cui tanto si è parlato in questi anni. Il Nordest del miracolo economico, fatto di piccole imprese a conduzione quasi familiare distribuite capillarmente nel territorio, tanto da guadagnarsi l'appellativo di “locomotiva” del Paese. Quel Nordest dove, secondo molti, oggi la crisi si sente in modo molto più forte che altrove. Per capirlo, questo Nordest ed in particolare questo Veneto, credo sia proprio necessario esserci nati.
Se dovessi raccogliere in un'idea l'indole dei questa porzione d'Italia, direi che ciò che la caratterizza, costruendone la fortuna e anche i limiti, è il culto del locale, l'amore del particolare. Veneto è il contrario della globalizzazione anzi, se un giorno la sua cultura morirà, sarà proprio a causa di quest'ultima. E' la passione per la terra. Non una terra generica, astratta: il proprio concreto pezzetto di terra, piccolo o grande che sia, dove coltivare le verdure per la famiglia e magari il cibo per gli animali domestici. Il Veneto è l'orgoglio dell'appartenenza, la consapevolezza della propria identità di gente che s'è fatta da sé, senza vittimismi, perché “se i ghe riesse i altri, ho da farghea anca mi”. E' la famiglia, il lavoro, la tradizione religiosa. E' il Veneto dei mille paesini, delle sagre paesane che ancor oggi costituiscono un momento fondamentale di aggregazione sociale. E' il Veneto dei mille campanili dove, a volte ancor oggi, ogni chiesa è tentata di sentirsi una piccola diocesi che basta a se stessa.
Se si vogliono comprendere certi fenomeni odierni senza giudicarli a priori, come la rapidissima fortuna che hanno fatto in questi anni forze politiche che esaltano la località, occorre conoscere l'anima di questo Veneto, l'origine di quell'autonomia della gente veneta.
Questo Veneto così legato al particolare, non è mai stato chiuso alla solidarietà, all'incontro e all'accoglienza. Non c'è regione italiana che abbia dato braccia al volontariato come il Veneto. Forse anche perché il riferimento a Dio - alla Provvidenza, come usavano dire i nostri vecchi - permetteva appunto di evitare localismi che conducessero all'individualismo, alla chiusura nel proprio piccolo orto. Il rischio è che oggi, quando il riferimento a Dio nel Veneto sembra diventare più debole, almeno per larghe fasce di popolazione, anche la solidarietà e l'accoglienza si sfaldino e cresca invece quella religione del lavoro che ha poco di cristiano e molto di pagano.

Sandro Vigani
Tratto da GENTE VENETA, n.6/2010

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    ra i 230 e i 300 euro per una doppia. Almeno 350 euro (in media) per una stanza singola. Peccato, però, che il costo non sia sempre all'altezza – o meglio, alla “bassezza” - di quanto offerto. «Nell'ultimo appartamento in cui ho vissuto l'impianto di riscaldamento non era a norma: rischiavamo di saltare in aria da un momento all'altro. Ed eravamo in nero, ovviamente».
      (continua)