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Giovedi, 7 Gennaio 2010

Cacciari: Costruire ponti di integrazione conviene. O l'immigrazione ci travolgerà


«C

erte posizioni di difesa e isolamento rispetto all'immigrazione degli stranieri sono sciocche e impotenti, oltre che “cattive”. A ciascuno di noi, nel suo piccolo, sta il compito di fare qualcosa, di costruire un ponte con lo straniero e il diverso, non solo per dimostrare che si è “buoni”, ma perché ci conviene, perché è una scelta intelligente per affrontare una crisi che altrimenti ci travolgerà»: a dirlo è Massimo Cacciari, nel corso del dialogo del 16 dicembre scorso, all'istituto Laurentianum di Mestre, con padre Mariano Foralosso su “Uscire dalle favelas. Il caso Brasile, tra globalizzazione e Caritas in Veritate”.
Va da sé, spiega Cacciari, che parlare di favelas e di Brasile significa parlare di quei fenomeni che stanno mutando il volto del mondo. Cioè gli stessi fenomeni che – se il Brasile è lontano – toccano i vicini Paesi del Nord e Centro Africa, e che producono i grandi spostamenti di popolazioni che sono da alcuni anni sotto i nostri occhi.
E' per questo motivo, insiste il sindaco di Venezia, che ha senso che ce ne occupiamo: «Se in Algeria, in Marocco o in Eritrea le aspettative di lavoro e di reddito sono nulle, è evidente che si produrranno dei flussi di immigrazione verso i Paesi europei, che diventeranno inarrestabili e ingovernabili. E che rischiano di moltiplicare nei nostri Paesi politiche di protezione e di difesa impotenti, ma che possono produrre lacerazioni inaudite nel nostro tessuto sociale».
Che fare, dunque? Due le linee di azione, secondo il sindaco. La prima riguarda i “piani alti”, la politica e le sue istituzioni a livello internazionale: «Occorrono – dice Cacciari - politiche economiche e commerciali per sviluppare in quei Paesi reddito e crescita economica. Servono cioè politiche che proteggano le produzioni di quei Paesi, che non li mandino allo sbaraglio sul mercato mondiale».
Qualcosa, insomma, che aiuti i Paesi in via di sviluppo, mitigando però il liberismo: «In America latina, in Brasile per esempio, hanno reagito a queste politiche. Se stanno diventando le potenze che sono è perché si sono opposti all'andazzo del liberismo sfrenato».
L'idea è che i Paesi poveri crescano generando in sé condizioni di vita attraenti, così da frenare quei flussi migratori «che altrimenti ci sommergeranno senza alcuna possibilità di essere governati. E cosa accadrà allora? Che in Italia ci saranno lacerazioni sociali, umane e culturali gravissime, di cui abbiamo oggi i primi sintomi».
Ma il secondo livello d'azione è individuale o di piccola comunità: «Compresi questi fenomeni – prosegue il filosofo - bisogna intervenire in aiuto di quei Paesi e di quelle popolazioni con le poche risorse che abbiamo, se non altro per segnare la nostra presenza, per dire a quella gente che ci siamo, che comprendiamo i loro bisogni e le loro esigenze. Anche mandare messaggi, fare piccoli gesti solidali ha un valore non solo umano e culturale, ma politico straordinario».
Piccoli ma importanti ponti, insomma, «nella consapevolezza che la nostra realtà è comunque collegata a quelle, perché nel globale non puoi stare da solo. Non c'è possibilità di isolarsi in questi processi e di dire io sto nella mia bella isola, la difendo, ci costruisco attorno un alto muro e così sto tranquillo. Sono utopie, reazioni infantili ai drammi che dobbiamo invece affrontare».

Giorgio Malavasi


Tratto da GENTE VENETA, n.1/2010

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