Martedi, 22 Giugno 2004
Intervista a Don Andrea Longhini
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b>Chi te l'ha fatto fare? Potevi avere un lavoro e una famiglia, come tutti... ...O potevo anche essere prete, come tanti altri. Si pensa che lavoro e famiglia siano scelte normali, mentre fare il prete lo sia di meno: non lo consideriamo tra le possibilità, quindi diventa eccezionale. Certo: è qualcosa di diverso da quello che la natura ha inscritto nell'uomo. Su chi me l'ha fatto fare non ho dubbi: ci sono segni che è stato il Signore a portarmi qui. E ciò conferma che sto vivendo una cosa bella. Cosa vuol dire vocazione? Quando è scattata questa scintilla? Come si fa a riconoscerla? C'è stato un momento in cui ho iniziato a pensarci, alla fine delle superiori: è il momento delle scelte, bisogna decidere cosa fare all'università. Tra le ipotesi mi è balenata anche questa possibilità. E' un pensiero ricorrente (vorrei tranquillizzare dicendo che non c'è nessuna voce...), che non ti dà pace; puoi metterlo da parte, ma torna fuori con insistenza; ha un fascino, ti attrae, non mette angoscia. E' qualcosa di bello che capisci potrebbe essere per te. Nel mio caso tutto è nato dal servizio che facevo nella mia parrocchia: ho iniziato a chiedermi perché ci mettevo il cuore, pur non essendo un santo, né un eroe; perché mi piaceva, pur nella fatica. Nessuno mi aveva mai proposto esplicitamente di fare il prete, si accennava al sacerdozio solo negli incontri di catechesi: è una delle vocazioni, come si faceva a non dirlo? All'università ero contento, ma questo pensiero si faceva insistente. Io forse volevo che Dio mi parlasse con un linguaggio diverso dal suo. Pretendevo una cosa assurda, una violenza di Dio su di me, come se dovesse costringermi ad essere prete. Invece questo pensiero te lo mette nel cuore, come un amico che ti invita a giocare a calcio, e ti dice "dai, vieni", ma poi ti lascia libero. Chi ti ha accompagnato in questo "viaggio" di scoperta? Mi sono fatto guidare da un sacerdote della mia parrocchia. Quando gli ho detto di questa ipotesi, mi ha stupito perché mi ha detto che se lo aspettava, lo dava quasi per scontato. Questo mi ha fatto ancora di più pensare: è scritto dentro di me? Poi capisci che era stato proprio pensato prima che tu ti pensassi. I preti, poi, li vedevo contenti: anche quello ha giocato un ruolo, anche quello mi attirava. Solo in seguito mi sono ricordato che un pensiero simile mi era nato in testa quando facevo il chierichetto. Già, la tua è stata una "vocazione adulta". Non ci sono più le vocazioni dei bambini, dei ragazzi? La mentalità comune oggi tende a pensare che sia molto meglio maturare una simile decisione quando si è già cresciuti. All'inizio anch'io la pensavo così: sono contento di essere entrato dopo l'università, perché così ho conosciuto un po' di mondo. Adesso invece invidio chi ha assecondato fin da piccolo questa vocazione. Nel diventare prete non è importante quello che apprendi, ma l'aria che respiri. Il fatto di essere cresciuto in Seminario, dove sei circondato da preti per i quali la preghiera è la cosa più importante della giornata, la messa è il centro, il fatto di aver sentito come un parroco parla alle persone... gioca poi a favore dell'essere un giorno prete, e porta anche a capire meglio qual è la tua vocazione. Arrivando da grande ti rimane invece un'idea astratta del prete, finché non lo vivi in prima persona. Per me, specie di questi tempi, seguire un ragazzo che sente la vocazione è doveroso; e non c'è certo il rischio del plagio, perché il resto della società dice il contrario, va contro questa vocazione. Perché sacerdote diocesano e non monaco, frate, religioso (magari somasco, visto che vieni da una parrocchia guidata da quell'ordine)? In fondo quello che vedevo, anche nel religioso somasco, era il sacerdote diocesano. Ecco: non sono andato in cerca di qualcosa di diverso. La vocazione nasce perché hai un modello. Il Signore ti parla solo attraverso la vita: le illuminazioni su vocazioni che non conosci direttamente sono supereccezionali. A muovere il cuore è l'aver parlato con preti che vedevo felici. La vocazione nasce da qualcosa che ha toccato la tua mente, la tua sensibilità. Perché è il Signore che ti parla attraverso le circostanze, le persone, le situazioni. Che tipo di prete vorresti essere? Che immagine hai di fronte? Un prete che prega tantissimo; e che così diventa automaticamente anche una persona attiva. La giornata ha tante ore, c'è tempo sia per pregare che per agire. Si pensa che un contemplativo non possa essere attento alla pastorale ordinaria. Invece uno è tanto più attivo nei riguardi delle persone quanto più sa essere attivo davanti al Signore. Ce lo ripete il nostro direttore spirituale, don Giacinto: uno sa stare in ginocchio davanti alle persone se sa stare in ginocchio davanti al Signore. E' per questo che spero di far partire sempre le mie giornate con tanta preghiera. E poi vorrei essere un prete non tanto che programma attività, ma che si lascia stimolare dallo stare in mezzo alle persone, portando loro, con i miei poveri mezzi, quello che ho "bevuto" al mattino pregando. Ero partito dall'idea del "prete dei ragazzi"; ma quando porti la comunione agli anziani, agli ammalati, ti senti davvero prete anche per loro. Allora scopri che non c'entrano le tue competenze, le tue abilità umane: sei portatore di qualcosa che ti supera completamente. La parola che dici viene accolta come la parola del prete. A un anziano basta che tu sia presente, che lo saluti, che gli porti il Signore... Ti senti a disposizione come uno strumento musicale, pronto per essere suonato. Cosa ti ha insegnato l'esperienza di un anno da diacono? Ho visto che non ti viene chiesta chissà quale preparazione, o chissà quale capacità di parlare, di formulare ragionamenti. Ti viene chiesto di essere quello che sei, di essere presente. Così ti passa la paura di non essere "adatto". Mi ha insegnato anche un modo diverso di vivere la gratuità. Pensavo che gratuità significasse non avere dei risultati, non avere un "grazie". Invece è anche il non poter misurare i tuoi risultati: lo stare un pomeriggio a non far niente, l'idea di aver perso tempo; invece vedi che sei chiamato a far quello, senza alcun tornaconto. Mi porto poi dietro l'esperienza della parrocchia: parti con l'idea di dare, ricevi mille volte di più. La parrocchia... ma che un prete vada in parrocchia non è più tanto scontato: si può andare a studiare, o finire a ricoprire un incarico in Curia: perché allora fare il prete? Il prete è un consacrato. E celebra la messa, usualmente, ogni giorno. E' quello che continua a mantenere il prete prete. Lo Spirito Santo agisce ogni giorno nella celebrazione liturgica, anche quando celebri da solo: l'offerta quotidiana è quella che ti fa essere sempre più prete, qualunque sia l'incarico pastorale che ti viene dato. E' quello che dà senso a tutto quello che fai. Allora puoi essere un prete che esercita un ufficio, ma tutto viene da là. La messa ti ricorda che tutta la giornata l'hai ricevuta, che tutto è un dono per te. D'altronde credo che il prete dovrebbe fare il parroco. Se non è proprio necessario che un certo ufficio venga ricoperto da un prete, io metterei dei bravi laici, se necessario rivedendo le norme esistenti. Il prete riceve tantissimo quando celebra: il fatto di poterlo dare in modo immediato a qualcuno, ad esempio chi sta con te in parrocchia - e quindi fare il pastore d'anime - è la cosa più bella. Predicazione, liturgia, carità... verso cosa ti senti più portato? Dove sta per te l'essenziale? Esaltare un aspetto significa relativizzare gli altri. La liturgia da sola rischia di trasformare in "chierichettoni" se non diventa carità... La carità da sola fa pensare ai volontari. Se punti solo sulla predicazione il pensiero va ai protestanti. I tre aspetti si arricchiscono a vicenda, senza uno vengono meno anche gli altri due. Una predicazione che non parta dalla liturgia o non parta dalla carità come attenzione a tutti, non è più predicazione: è esercizio dottrinale o retorico, diventa sterile. Siamo di fronte a un mondo sempre più secolarizzato... cosa può fare un giovane prete? Primo, può fidarsi del lavoro dello Spirito Santo che dentro ognuno suscita la tensione ad incontrare il Dio di Gesù Cristo (e non un Dio qualsiasi). Da qui, può dare anima alle tre cose che dicevamo: la liturgia, la predicazione e la carità, sapendo che non hai scelto tu di essere giovane prete, ma hai solo acconsentito a un lavoro cominciato molto prima di te e che andrà avanti anche quando tu lascerai. Per questo non sento più di tanto paura: non sono chiamato io a raccogliere i risultati. Poi, come Gesù diceva che non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, anch'io mi sento portato verso quelli che stanno fuori della Chiesa. Anche in loro vedo un forte bisogno di sapere che Cristo è risorto e che la loro vita potrebbe essere diversa. Forse spaventa di più annunciare questo a chi è più preparato intellettualmente. Come far capire che la ricchezza materiale e intellettuale non è ricchezza, che non porta a quella felicità che si crede? E' per questo mi sento anche chiamato a prepararmi, un domani, con una formazione permanente. Qual è secondo te l'immagine di Chiesa più falsa in circolazione? Quella della Chiesa come burocrazia, o come sistema di potere, completamente infondata oltre che falsa. Sotto sotto c'è il pensiero che la Chiesa siano i preti e non sia formata da un "noi" di laici e consacrati. Sei il primo prete che esce dal nuovo Marcianum. Cosa dobbiamo aspettarci da questo Studium? Finora le diverse realtà non si sono influenzate più di tanto. Ma ci sono due tipi di scambi: con i laici (persone sposate, mamme...) che vengono a studiare qui, che non sono in corso con te ma studiano le stesse materie, e con cui è interessante parlare di teologia... e con i preti stranieri. Ora è una possibilità appena aperta, ma potrebbe svilupparsi in futuro. A chi ti senti più grato in questa storia che ti ha portato al sacerdozio? Dopo il Signore Gesù vengono i miei genitori, per aver fatto esperienza di fede fin da quando sono nato e cresciuto, dalle preghiere dette in camera quando io e mia sorella eravamo piccoli, al fatto di esserci inseriti in una comunità parrocchiale... Anche per il fatto di aver capito da loro cos'è l'amore: quando uno me ne parla mi vengono in mente loro, o il rapporto che c'è tra me e mia sorella. Sono grato poi sia ai preti della parrocchia di Altobello che ai superiori del Seminario: non faccio nomi per non escludere nessuno. Perché oggi sembrano esserci così poche vocazioni? Intanto perché manca l'annuncio esplicito, il coraggio di dire: tu potresti essere prete. E' una cosa bellissima e si può testimoniare. E poi perché i giovani nelle famiglie non respirano abbastanza una fede vissuta quotidianamente, in ogni momento. La fede c'è bisogno di respirarla: ogni cosa che fai deve esserne permeata, non è necessario parlare di Gesù per avere più fede. E questo in famiglia si vive meno di un tempo. Ma non dobbiamo esserne preoccupati, perché non siamo noi i responsabili ultimi della storia della salvezza: ci è affidata e abbiamo la possibilità di fare la nostra parte, certo. Ma ci è stato detto di pregare il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe: non ci ha detto di fare altro. Se dunque lo facciamo, Dio non farà mai mancare sacerdoti: vorrebbe dire far mancare l'eucaristia nel mondo. E questo non potrà mai accadere. La virtù più importante in un prete? L'umiltà, perché dispone ad accogliere ed imparare, sia da Dio che dalle persone che ti sono messe accanto. L'umiltà rende più recettivi ad ascoltare chi ti sta vicino, e non dare in cambio discorsi preconfezionati. Gesù era il mite e umile di cuore: se sei immagine di Cristo devi essere così. E la virtù più rara? Sarà che ora vedo tutto rosa, tutto bello... faccio fatica a dirlo. Forse la capacità di ascoltare. E l'essere convinto che non hai una ricetta preconfezionata da dare: quello che puoi dire a chi ti viene davanti può essere vero solo per lui. Solo se lo ascolti e quindi capisci di cosa ha bisogno in quel momento, puoi dargli la risposta giusta. Si rischia invece di dire al cieco "Alzati e cammina"... così il cieco rimane cieco. I laici in parrocchia: corresponsabili, aiutanti o instancabili seccatori? Più di corresponsabili, per due motivi. Primo, sono loro che hanno più contatti con la realtà del lavoro, della scuola, con le realtà insomma vissute da tutti i fedeli: e quindi sanno di cosa c'è più bisogno. In secondo luogo corresponsabili delle attività che si fanno in parrocchia. In virtù del battesimo sono sacerdoti anche loro: e il prete è a servizio del loro sacerdozio. Sono essenziali tanto quanto il prete: per questo sono più che corresponsabili. Qual è il desiderio che ti porti nel cuore con questa ordinazione? Se avessi desideri metterei muri davanti a Dio, che magari vorrebbe fare altre cose. Vorrei comunque che ogni eucaristia celebrata portasse la salvezza nel quotidiano, nelle persone che si accostano per fare la comunione. E' vero che l'eucaristia opera di per se stessa; ma è affidato anche a te prete il fatto di renderla fruttuosa per chi vi partecipa. Questa sarà la cosa che curerò di più: il vivere bene la messa da parte del prete è fondamentale perché sia vissuta bene da ogni cristiano. Sarà la cosa in cui voglio essere più docile all'azione dello Spirito Santo.
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S
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